martedì 14 luglio 2009

ARTE, COSCIENZA E ISPIRAZIONE (PARTE PRIMA).
Tratto da una conferenza del Prof. Marco Ferrini,
tenutasi a Ponsacco il 14 Marzo 2009.

A cura di Fabrizio Fittipaldi
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Esiste una rapporto intrinseco tra arte e spiritualità, e questa impalpabile relazione è all’origine del fascino, del misterioso magnetismo che scaturiscono da ciò che in apparenza non è che un grumo di materia senza vita. Opere come la Pietà Rondanini o il Prigione di Michelangelo(1), sembrano emergere da sostanze inerti, ma allo stesso tempo possiedono una pregnanza, una valenza dinamica che può scuotere l’essere nella sua più intima essenza e interiorità. In sanscrito questo brivido è indicato col termine vegam e descrive quella scossa propria dell’impatto di un’autentica opera d’arte sulla sensibilità di uno spettatore attento e ricettivo. È un’energia invisibile che provoca trasformazioni concrete e sperimentabili nella coscienza di chi sia favorevolmente predisposto all’esperienza. Non tutti, dunque, sono immediatamente dotati di questa speciale sensibilità, di questa capacità di rilevare l’intima natura della bellezza: un’esperienza del bello che travalica la dimensione estetica e sensoriale, per introdursi nei più reconditi circuiti dell’essere, oltre le categorie spazio-temporali che circoscrivono la realtà psico-fisica, per raggiungere una dimensione più intima e profonda, illuminata dalla luce della consapevolezza. Arte senza ispirazione è ben poca cosa e diventa subito artigianato, ripetitività; una opera che non sia sostenuta da una originale esperienza d’ispirazione e che ricalca in maniera superficiale, per quanto tecnicamente e formalmente ineccepibile, la visione di qualcun altro, non ha nessuna possibilità di risvegliare nello spettatore una sensibilità profonda. D’altro canto se l’artista è stato attraversato da quel brivido di conoscenza che con la rapidità di un lampo si diffonde nel nostro essere illuminando a giorno la nostra comprensione e se su questa profonda realizzazione ha fondato la sua opera, allora ci troviamo di fronte a un segno in grado di restituirci quella stessa impressione trascendente. Non è detto che una autentica opera d’arte provochi in noi quel brivido di cui sto parlando: ciò dipende dalla nostra sensibilità, dalla nostra predisposizione, da quanto abbiamo purificato ed esercitato i nostri strumenti percettivi e da quanto siamo presenti, con la nostra coscienza, nell’esperienza. Esiste una stretta relazione tra coscienza e ispirazione. L’opera d’arte, come qualsiasi matura e stabile realizzazione della dimensione spirituale, è sempre l’esito di un processo e di uno sforzo continui, seppure con variabili di intensità. Percorrendo un sentiero ascendente, la coscienza dell’artista-ricercatore si affina progressivamente, fino a raggiungere un stato percettivo superiore, che gli consente di penetrare gli strati più superficiali e grossolani della materia. Se questi sforzi sono ben coordinati, gli apparenti insuccessi iniziali o intermedi, non potranno interrompere il coerente e continuo progresso, al di là di quanto possa apparire ad un osservatore distratto e superficiale. Il vero artista non si scoraggia mai, neanche di fronte a insuccessi clamorosi, ma, con incrollabile determinazione, persegue la sua vena e prosegue la sua ricerca. Nonostante la sofferenza, egli sa che ad ogni fallimento, ad ogni errore segue una correzione e, in virtù della correzione, la coscienza si innalza. Una coscienza elevata consente un innalzarsi del livello di attenzione, un intensificarsi del flusso continuo di energia psichica che, come la base di un cono sul suo vertice, converge sull’oggetto della ricerca. Nella mente dell’osservatore quest’ultimo viene a costituirsi come un punto: privo di dimensioni, fuori dal tempo e dallo spazio, ma, insieme, generatore di quel cerchio che delimita il suo intero campo coscienziale. Il vero artista giunge a sperimentare questi livelli, ma non è detto che riesca sempre a mantenersi collegato; può anche darsi che, pur seguendo la traccia con tutte le sue risorse, nella speranza di essere arrivato scopra di aver perduto il contatto. Viene da piangere e qualche volta, nelle persone meno equilibrate, insorgono moti di collera, anche gravi (come lo erano le crisi violente e distruttive del grande Michelangelo Merisi da Caravaggio).
Decollazione del Battista, Caravaggio, 1608, La Valletta (Malta), Cattedrale di San Giovanni.

L’ispirazione artistica, che è un elevato stato dell’essere, la si deve meritare e conquistare grazie ad uno sforzo continuo del soggetto. Può essere paragonata a una visione mistica, alla visione di strutture della materia che non sono rilevabili dalla percezione sensoriale. Si avvale di una differente, più profonda e interiore struttura appercettiva, rispetto a quella sensoriale; una struttura trascendente che non può soddisfarsi con combinazioni e armonie puramente estetiche e che, nella musica, nella danza, nella pittura, nella scultura o nell’architettura, è sempre alla ricerca di una dimensione ulteriore, essenziale e costruttiva.
Essendo stati formati a immagine e somiglianza di Dio, la qualità divina della creatività ci appartiene in modo essenziale, ma la si può esprimere solo quando viene raggiunto un livello di evoluzione sufficiente, al di sotto del quale non si può far altro che ripetere e contraffare. È la divinità insita in ogni donna e in ogni uomo che agisce con questo spirito creativo!
Oggi si è stabilita una tendenza ad abusare di termini quali “creativo” e “creatività”, ma la creatività di cui ci stiamo occupando è connessa al disvelamento della bellezza essenziale, al di là della sua apparenza esteriore. Dall’esperienza di questa bellezza scaturisce un brivido interiore che, seppur innescato dalle percezioni sensoriali, non è il prodotto di un corto circuito interno alla prakriti (materia) e generato dal semplice contatto dei sensi con il fenomenico esterno. L’esperienza mistica, qualunque sia la colorazione che assume, partecipa di una natura ben diversa rispetto a quella dei sogni o delle mere fantasie: non si tratta di una creazione o di una fabbricazione della mente, ma della percezione diretta di qualcosa che si è sprigionato dall’essenza stessa della realtà e che non necessita di nessuna verifica ulteriore. Chi l’ha vissuta potrebbe incontrare numerose difficoltà nel tentativo di descriverla o di spiegarla ad altri e, non riuscendovi, potrebbe anche essere messo in croce. Eppure l’esperienza, se autentica, non può essere, in alcun modo, cancellata.
Galileo, attualmente riconosciuto in tutto il mondo come l’iniziatore del metodo scientifico, a suo tempo fu costretto ad abiurare: a negare quelle verità di cui aveva avuto una così chiara e diretta esperienza. Nessuno, però, avrebbe potuto intimamente convincerlo della falsità delle sue intuizioni e delle sue scoperte, della erroneità della sua percezione e visione di un “dialogo tra i massimi sistemi”: una relazione universale che lui, coerentemente con la sua formazione, si sforzò di esprimere con funzioni matematiche.
Questa stessa relazione può essere espressa con qualunque mezzo a disposizione della creatività “umana” e della sua specifica capacità di ispirarsi a modelli e strutture della materia e del pensiero che gli occhi non vedono. Lo stesso Giordano Bruno aveva avuto esperienza di quello che diceva; o Michelangelo, nelle sue opere plastiche e poetiche. La persona ispirata riesce a concepire una forma nella materia apparentemente inerte; la visione dell’artista impregna l’opera e vi dimora e quando noi contempliamo l’opera, veniamo in contatto con quella visione che la sostiene.
Un chiaro esempio del carattere puro dell’ispirazione, indipendente dallo strumento attraverso il quale si manifesta, ce lo offrono Leonardo e il suo genio polimorfo. Furono gli Sforza ad attirarlo a Milano con il concreto compito, di riorganizzare le acque dell’Adda per migliorare ed estendere la produttività delle terre lombarde. Dobbiamo immaginarci Leonardo deciso ad applicare la sua grande intelligenza a quest’opera estremamente utile e che, osservando il territorio, contemplandolo e assorbendone l’intima natura e le segrete corrispondenze, comincia a concepire una serie di canali che rappresentano ancora oggi, a cinquecento anni di distanza, la struttura portante del sistema di irrigazione di centinaia di migliaia di ettari di pianura padana. Giacché era lì gli commissionarono l’affresco de “L’ultima cena”, dove egli ha inserito simboli, prospettive e visioni arcane e dove ha delineato un sistema di interazioni psichiche così ricco e sottile da meritare un’intera lezione dedicata esclusivamente a questo argomento. Erano la sua visione e le sue realizzazioni di una natura invisibile agli occhi a sostenere la sua potentissima creatività, non certo una grande, seppur in-significante, abilità tecnica.
Ultima Cena, Leonardo da Vinci, 1945-1498, Milano, Chiesa di Santa Maria delle Grazie.

Non ho intenzione di sminuire il ruolo della percezione sensoriale, ma il suo campo d’azione non può essere quello dell’arte. Gli appartiene, piuttosto, l’estetica dell’artigianato, in grado di produrre opere preziose e gradevoli che non rimandano, però, a nessuna dimensione “altra”. Gli artisti, così come i mistici e i religiosi, possono concepire un mondo di strutture non ancora materializzate e percepibili coi sensi, ma che, come direbbe Platone, esistono nel mondo delle idee. Dobbiamo affermare l’esistenza di questo paradiso platonico che, in altro contesto, prende il nome di Vaikhunta. Queste dimensioni possono essere visualizzate e possono essere consapevolmente sperimentate, grazie a un processo di ascensione a livelli superiori di percezione e di realtà.

(1) Confronta con l’articolo “Michelangelo, un madrigale, l’esperienza estetica e la mistica neoplatonica”, pubblicato il 4 marzo 2009, su questo stesso blog.

mercoledì 1 luglio 2009

SEMINARIO ESTIVO 2009.

La Scienza della Meditazione e la Trasformazione evolutiva della Personalità.

Lo studio dei poteri psichici e delle percezioni extrasensoriali (parapsicologia) attraverso l'analisi del Vibhuti Pada di Patanjali, in confronto con la Bhagavad-gita e altri testi della cultura indovedica.

Relatore: Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta.

Dove: Villa Vrindavana - Via degli Scopeti 106/108, San Casciano Val di Pesa (FI).

Quando: Dal 27 Luglio al 4 Agosto 2009.



Per approfondimenti: 'LA SCIENZA DELLA MEDITAZIONE'.

lunedì 22 giugno 2009

EMOZIONE ESTETICA NELL’ARTE.
di Tania Zakharova.

In molti scritti d’arte, si è fatto spesso riferimento a termini come emozione e sentimento, utilizzati per descrivere il contenuto e la funzione dell’attività artistica. Lo stato emotivo suscitato da un opera d’arte, sia durante la sua fruizione, sia durante la sua produzione, viene definito, come è sottolineato dalle teorie estetiche contemporanee, emozione estetica e si riferisce ad un sentimento che si prova innanzi alla contemplazione della bellezza e dell’armonia che sono elementi solitamente peculiari di un’opera d’arte. Secondo alcuni studi in psicologia, l’arte costituisce un ambito particolarmente adatto per investigare le emozioni(1), perché ha il merito di rendere più esplicite tutte le intuizioni umane, riuscendo a cogliere in modo più immediato la natura del fenomeno emotivo. Dagli anni Cinquanta, gli studi di Arnheim, hanno contribuito a diffondere l’idea che l’emozione è connessa all’arte non per il suo contenuto immediatamente percepibile, quanto piuttosto perché essa presenta schemi sensoriali, immagini e pensieri come forme che hanno la capacità di trasmettere qualcos’altro(2) . Nei primi decenni del secolo scorso Lev Vygotskij, che per l'originalità delle sue opere fu chiamato il "Mozart della psicologia", offre degli spunti interessanti proprio a partire dall’esperienza estetica. Lo psicologo russo insorge contro chi vorrebbe vedere nell’arte solamente una funzione conoscitiva, gnoseologica, e anche contro chi riconduce l’arte al sentimentale, nella sua versione edonistica (l’arte come piacere). La sua attenzione va al processo di trasformazione che attraverso l’opera si mette in atto. Il processo artistico, insieme alla “metamorfosi del materiale dell’opera”, produce anche una “metamorfosi dei sentimenti(3)”. La filosofa e antropologa Suzanne Langer descrive il processo psichico che si esprime nella “esperienza estetica” dove il materiale fornito dai sensi viene trasformato: “[…] l’emozione estetica scaturisce dal superamento di barriere (costituite da pensiero coatto) e dall’ottenere di penetrare in certe realtà che sono, letteralmente, “ineffabili”; ma il contenuto emotivo dell’opera può essere qualcosa di molto più profondo di ogni esperienza intellettuale…: le realtà ultime stesse, i fatti centrali della nostra breve, senziente esistenza. Il “piacere estetico”, allora, è affine (benché non identico) alla soddisfazione di scoprire la verità(4).” Tutte le grandi tradizioni rivelano che l’arte non si riduce soltanto ad un’esperienza estetica o psicologica; al contrario, essa comporta quella che Platone e Aristotele chiamano katharsis, ovvero una “vittoria sulle sensazioni di piacere o di dolore”. Platone affermava che mentre la passione suscitata da una composizione di suoni “procura un piacere dei sensi agli insipienti, essa (la composizione) procura agli intelligenti quella letizia che è indotta dall’imitazione dell’armonia divina … quest’ultima letizia o contentezza che sperimentiamo quando prendiamo parte a una festa dello spirito, è una comunione e non una passione, ... un uscire dall’involucro psichico e un essere nello spirito(5)”. Per Aristotele la katharsis non è uno sfogo periodico delle nostre emozioni represse, immergendosi nelle quali ce ne può liberare; tale sfogo produce solo un appagamento temporaneo. La sua katharsis è un'estasi o una liberazione dell'anima immortale, e tale concetto si avvicina a quello che spesso troviamo nei testi tradizionali indiani, secondo i quali la liberazione si compie attraverso un processo in cui una performance artistica diventa un rito sacrificale, e lo scopo di questo rito è di sacrificare l'uomo “vecchio” e di farne nascere uno “nuovo” e più perfetto. L’io psichico gode delle superficie estetiche degli oggetti naturali o artificiali, a cui è affine; il sé spirituale gode della loro origine. Lo spirito è molto più esigente e sensibile; trova gusto non nelle qualità fisiche delle cose, ma in quel loro elemento ch’è chiamato fragranza o sapore: per esempio, “nell'immagine che non risiede nei colori”, o nella “musica non udita”. La “tranquillità d’animo” di Platone è quella “beatitudine” che la retorica indiana scorge nella “degustazione del sapore” di un’opera d’arte, un’esperienza immediata e congenere all’assaporamento di Dio(6)”. Secondo il Natya Shastra, il più antico trattato d’arte, drammaturgia e danza, considerato dalla tradizione indiana il “quinto Veda”, lo scopo dell’arte non consiste nella bellezza in sé ma nell’abilità di evocare gli stati più elevati dell’essere. L’arte utilizza la materia, per poi trascenderla; per esempio, peculiarità della danza, come della scultura, è l’uso del corpo; tuttavia il loro scopo comune è quello di creare la sensazione che danza o bellezza sono al di là di esso. Nella scultura indiana per esempio non si pone un accento eccessivo sulla raffigurazione anatomica del corpo e quindi sulla muscolatura come avviene nell’arte greca, ma si dà maggiore enfasi all’armonia della posa, in modo tale che l’attenzione dello spettatore non si arresti alla mera fisicità ma colga il messaggio di una verità sottile che si cela dietro l'immagine stessa. L'Arte nella sua forma naturale si configura come una tecnica creativa (karmamudra) in grado di sviluppare una reale conoscenza di sé (Jnanamudra). L'approccio creativo alla vita scaturisce dal bisogno spirituale di conoscere Dio e, per riflesso, se stessi. Il principio, tanto estetico che metafisico, che permea tutta l'arte della grande tradizione indiana ruota intorno al concetto di rasa (sentimento, sapore, tinta). I manuali chiamati shilpashastra, destinati agli shilpin o rupakara (“creatori di forme”), ovvero agli artisti, si muovono dal presupposto che una volta riuscito ad organizzare le forme materiali in modo da determinare efficacemente un rasa, l'artista diventa veicolo della Divinità. Egli, comunicando attraverso forme sensibili i contenuti invisibili del Divino, determinerebbe negli uomini, fruitori dell'avvenimento artistico e soprattutto del rasa da esso evocato, una sospensione, una pausa nell'altrimenti inevitabile susseguirsi di cause e di effetti (karma) che non permette agli esseri ordinari di riconoscere la propria natura profonda, immutabile ed eterna. Il tentativo di suscitare rasa avrà successo solo se l'artista sarà in grado di vivere intimamente ciò che deve esprimere e se lo spettatore sarà altamente ricettivo, sensibile e in grado di fondersi con il soggetto rappresentato.L’arte dunque, nella sua potenza intrinseca, capace di evocare i sentimenti della dimensione trascendente, è da intendere quale veicolo privilegiatissimo di purificazione e trasformazione interiore che permette di scoprire e assaporare la realtà divina.

(1) R. Arnheim (1966), p. 376: “ ... si dice che gli aspetti particolari della realtà colti e riprodotti dall’opera d’arte non siano accertabili né alla percezione sensoria, né all’intelletto, ma ad una terza capacità conoscitiva, detta sentimento... ”

(2) R. Arnheim (1966), p. 428: “[…] Non si tratta della percezione di aspetti statici riguardanti la forma, la grandezza, la tonalità cromatica o l’altezza sonora, che possono essere misurati con qualche genere di scala, bensì quella riguardante le tensioni orientate che sono trasmesse da questi stessi stimoli.[…]

(3) Vygotskij Lev S., Psicologia dell’arte, Editori Riuniti, Roma, 1976.

(4) Langer Susanne, Filosofia in una nuova chiave. Linguaggio, mito, rito e arte, Armando, Roma, 1972.

(5) Timeo, 80b.

(6) Sahitya Darpana, III, 2-3; cit. Coomaraswamy, The Transformation of Nature in Art, 1934, pp.48-51.

giovedì 14 maggio 2009

L'ARTISTA SECONDO I VEDA.
di Marco Ferrini.

Gli artisti hanno generalmente una sensibilità molto più sviluppata rispetto alla norma, ma il fatto di avere una percezione sensoriale più acuta non necessariamente aggiunge qualità alla vita se la persona non riesce a contestualizzarsi nel mondo, a capire chi è veramente e qual è la sua posizione nell’universo. Per esperienza clinica ho osservato che molte persone internate in ospedali psichiatrici hanno una sensibilità decisamente superiore alla media, a quella ordinaria, ma artista è qualcos’altro. Il fatto di percepire più intensamente, più profondamente, attiene semplicemente al piano degli indriya, ovvero al piano sensoriale. Possono esserci facoltà dei sensi più sviluppate, ma se queste facoltà non sono ben orientate, anziché procurare gioia ed aiutare nell’elevazione, possono spingere verso il basso, verso la degradazione. E’ vero che certe aberrazioni nel mondo moderno sono state proposte anche come arte, perché si è ricercata esasperatamente l’innovazione, ma si è perduto lo scopo cui l’opera d’arte dovrebbe essere destinata: far fare un salto di qualità alla consapevolezza. L’opera di un nevrotico, di un disturbato mentale, può essere anche qualcosa di accattivante, se si vuole anche di morbosamente affascinante, ma allo stesso tempo può mancare completamente lo scopo dell’arte così come concepito nella tradizione indovedica. Ciò che piace, l'esperienza estetica, si coniuga nei Veda all'esperienza etica, in quanto etica ed estetica sono indissolubilmente collegate e si arricchiscono in maniera complementare per raggiungere lo stesso scopo in comune: l'integrazione e l'armonizzazione della personalità per accedere alla consapevolezza della propria originaria natura spirituale, l'essenza del nostro sé e della vita. L'esperienza etica necessita di essere interpretata e seguita, emulata e sperimentata, e tramite l’arte possiamo fornire soluzioni, strumenti efficaci per lavorare sul carattere; quindi offrire immagini, forme, comunicare il desiderio di voler aiutare qualsiasi individuo che aspira a migliorare la propria posizione, a mettersi in cammino verso la perfezione. Il fascino artistico di un’opera deve attrarre ed ispirare verso una dimensione trascendente. Il modello estetico richiede creatività, rinnovamento continuo, la ricerca di punti di vista sempre più alti, ma senza il sostegno dell'esperienza etica queste prospettive superiori non si raggiungono e il sogno si esaurisce in uno smarrimento della coscienza e in una profonda delusione. Un artista, come ogni altro essere umano, dovrebbe cercare di ristabilire una relazione profonda con se stesso, con gli altri, con l'universo e con le forze che lo governano, con l'origine e lo scopo della vita, e produrre opere che siano frutto di questa armonizzazione. Ma l’artista è diverso dall’uomo comune? In realtà tutti noi siamo potenzialmente artisti, anche se gli spettacoli creati dagli umani – al contrario di quelli della natura - non sempre sono un'opera d'arte, perché l’alienazione è ormai diventata una malattia diffusa. La stravaganza, la smania di diventare famosi, la volontà di distinguersi ad ogni costo vanno a rafforzare l’affanno della cultura moderna. Non è un’interpretazione o un'espressione affrettata ed egoica che costituiscono la vera opera d’arte, ma è la profondità e la luminosità del mondo interiore che l’artista esprime, quando esso è in perfetta coerenza e identità con l’oggetto della sua espressione e quando essa si è radicata profondamente nel suo cuore. In quella fase del samyama che è la fase superiore dello yoga, il sadhaka o in questo caso l’artista si concentra sul proprio oggetto: vuole rendere ad esempio la musica di una cascata d’acqua o la musica non udibile all’orecchio fisiologico che accompagna l’aurora, o la musica che accompagna l’incontro tra due innamorati. Quando l’artista ha penetrato in sé e ha fatto suo con la concentrazione quel suono, quella visione, quel mondo, quando lo ha vissuto interiormente e ha sentito già quella musica dentro di sé, allora può tentare di offrirla agli altri. Se cerchiamo l’ispirazione, dobbiamo rivolgerci a quelle forme superiori di espressione artistica attraverso le quali colui che vede può far vedere ad altri. Ecco perché la pratica e la rigorosa aderenza a certi principi etici è fondamentale. Questi principi prima di tutto mirano alla purificazione degli organi sensoriali, poi alla purificazione della mente, poi alla purificazione dell’intelligenza. Quando la struttura psichica è purificata, la percezione del contenuto del nostro oggetto di contemplazione appare vivida, prorompente in tutta la sua realtà, come stagliata nel cielo con colori che vanno molto oltre il limitato settore di percezione condizionata. Nella tradizione dei Veda, l’artista esprime la propria arte seguendo dei canoni già presenti che fungono come il telaio con cui il soggetto tesse tutta la propria creatività. La fantasia indisciplinata che sfocia nell’aberrazione mentale o l’utilizzo artificioso e artificiale di sollecitazioni sensoriali sono ben lungi dalla vera arte così come intesa dalla tradizione indovedica; forse possono eccitare la mente dell’uomo moderno, ma sono molto lontane da una concezione e da un’applicazione dell’arte come Yoga che al contrario vede l’individuo perfettamente integrato con il progetto divino universale in armonia con la mente cosmica dell’Artista supremo.

Tratto dalla lezione dal titolo 'Arte come Yoga', Vicenza 21/09/2002.

venerdì 10 aprile 2009

COMUNICATO CSB PER IL TERREMOTO IN ABRUZZO.

Care amiche e amici,
in questa giornata di lutto nazionale ci uniamo al profondo dolore della popolazione dell’Abruzzo colpita dal terremoto.

Oltre ad un modesto contributo in denaro che abbiamo piacere di devolvere al finanziamento dei soccorsi, offriamo le nostre congiunte preghiere per tutte le vittime e per sostenere spiritualmente coloro che al momento vivono situazioni di grande difficoltà.

Con fede, rinnoviamo il nostro impegno nella diffusione di una cultura spirituale che possa aiutarci a superare anche le crisi più gravi.

Centro Studi Bhaktivedanta

giovedì 9 aprile 2009

ARTE COME YOGA.
di Marco Ferrini.

Arte come Yoga è una visione ed un progetto di vita i cui valori, veicolati dalla Tradizione Vedica, possono essere utilmente spesi nella vita di tutti i giorni. In Occidente, a partire dall’Ottocento positivista, è venuta a crearsi quasi una dicotomia tra religione e creatività, ed anche tra scienza ed arte, come se queste discipline, che indubbiamente parlano linguaggi diversi, fossero radicalmente separate, inconciliabili, incommensurabilmente distanti. Prevale anche oggi la tendenza a considerare la religione come ripetitiva, immobile, chiusa in se stessa, mentre l’arte come un processo dinamico, pulsante, innovativo, tracciando linee di separazione che sono invece estranee ai concetti di Arte e di Yoga così come intesi nel mondo culturale vedico. Nella Tradizione Vedica la vera Arte non prescinde dalla Spiritualità e la Spiritualità non esclude l’Arte autentica. L’Arte tradizionale indiana è veicolo della Spiritualità, la quale è ritenuta, in ultima analisi, il processo creativo per eccellenza che impegna il soggetto in una continua, dinamica, mai inesauribile ricostruzione armonica della propria personalità. In tale contesto l’Arte non si esaurisce in un effimero gusto estetico, che non lascia fondamento e che è destinato a spegnersi, sopraffatto da una miriade di altri gusti e forme ugualmente evanescenti. Nella drammaturgia, nella scultura, nella danza o nella musica tradizionale indiana, l’Arte ha funzione trascendente; la sua creatività si fonda su di un sublime scopo teleologico: la meditazione, dhyana, finalizzata alla riscoperta di sé e della propria relazione con il Divino. L’opera d’arte nasce dalla meditazione ed induce alla meditazione, al fine di rendere possibile - all’artista e allo spettatore - il guado da una “sponda” all’altra, da un livello di coscienza ad un altro ancora superiore, dalla percezione della forma alla percezione dell’essenza, oltre il gioco di apparenze dell’esperienza meramente sensoriale ed estetica. L’Arte, dunque, come strumento di riflessione, di crescita, di auto-superamento. Non svago o diversivo per sfuggire alla realtà, ma strumento di pensiero elevato per imparare a comprenderla e a modellarla; non causa di alienazione ma mezzo di ricongiunzione con la parte più profonda di sé, per un cammino di vita che possa dirsi effettivamente libero e creativo. La perfetta integrazione tra Arte e Yoga propria della civiltà indovedica, in cui lo Yoga si esprime attraverso l’Arte e l’Arte attraverso lo Yoga, risulta perfettamente evidente nello Yoga della Bhakti, il quale per eccellenza permette un rigenerarsi interiore in una progressiva riarmonizzazione tra razionalità ed intuizione, pensiero e sentimento, ragione ed immaginazione, e nel quale la percezione e l’interiorizzazione di determinati suoni e forme, pervasi di contenuti spirituali, assurgono a pratiche fondamentali della disciplina e del percorso terapeutico. La meditazione sul Mantra, ossia l’invocazione e l’ascolto di vibrazioni sonore intrise di significato spirituale, e la contemplazione e l’adorazione delle Murti, le forme che rappresentano il Divino, vengono infatti considerati nel Bhakti Yoga strumenti essenziali per l’elevazione della coscienza e la ricongiunzione con il proprio sé profondo e con Dio. Comincia così quell’affascinante viaggio che porta alle radici della genuina e più alta Creatività.